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“The Hub is the first global platform dedicated to human rights media and action. Visit the Hub to view and discuss human rights media.”
Una sorta di YouTube per i diritti umani insomma.
Bel progetto e complimenti a Peter Gabriel promotore dell’iniziativa.
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Una sera di queste passate, in uno dei soliti ristoranti dublinesi ma italiani, si parla tra amici di tale Caio Sempronio.”Caio Sempronio”, dice l’amica mia, è un tipo veramente ambizioso, ha progettato tutto per arrivare in alto. Vuole fare questo e questo e quest’altro ancora. E prendere un MBA, e guadagnare un sacco di soldi, e comandare persone, e bla bla bla e gne gne gne e sa sa sa.
Ma l’omino nel cervello intanto mi parlava “Eh no caro mio, non sei proprio ambizioso tu, che di far carriera non te ne frega niente” ma poi ci ho ripensato “E chi ha mai deciso che ambizione e carriera debbano essere due facce della stessa medaglia?” Ed è così che ho stilato la mia personalissima lista in 10 punti del perché sono ambizioso pur non volendo far carriera. In ordine rigorosamente sparso, ecco l’ambizione di non far carriera:
Sono ambizioso perché voglio fare il giro del mondo, per un anno intero o magari due.
Sono ambizioso perché voglio cambiare il mondo, che sia anche solo un pochino.
Sono ambizioso perché a lavorare sotto un padrone non mi sono ancora rassegnato.
Sono ambizioso perché non sono ancora stanco di imparare.
Sono ambizioso perché voglio lavorare di meno, mica guadagnare di più .
Sono ambizioso perché il bicchiere è sempre mezzo pieno.
Sono ambizioso perché scriverò un romanzo.
Sono ambizioso perché me ne infischio del PIL, conta solo il FIL.
Sono ambizioso perché c’è sempre tempo. Un sacco di tempo.
Ambizioni strampalate? Prive di senno? Senza muscoli e cervello? Probabilmente… ma chi non ha una lista dell’”ambizione di non far carriera”?
Ce l’ha Jtheo mentre cazzeggia in qualche barcamp
?
Ce l’ha Pensieridicarta sconosciuta passata di qua che disegna che sembra d’esser dentro una fiaba?
Ce l’ha Tellina che blog non ha e piccioni viaggiatori userà ?
Ce l’ha Fabrizio il socio mio, che so per certo che il mondo vuol cambiare.?
Ce l’ha Lucy che ha avuto il coraggio di ri-iscriversi all’Università, anche se non “ha più l’età” (ma non è vero ne) ?
Ce l’ha la famiglia mia, quella acquisita eh?
Insomma, ce l’avete voi che passate di qua?
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In fondo è un sacco di tempo che sogno una cosa così. Lezioni online su Youtube. I migliori insegnanti che condividono liberamente le proprie lezioni con tutti. Beh non è proprio così ma quasi.
Chi mi conosce sa che è un sogno di vecchia data perché è un po’ quello che abbiamo cercato di fare “invano” e “dall’esterno” con e-Socrates.org (chi sa cos’è? ecco appunto nessuno). Non ci siamo riusciti. Abbiamo sbagliato modello, marketing, tempi, piattaforma, un po’ tutto insomma.
Al di là di usare uno strumento innovativo come YouTube la bellezza sta nel non volersi chiudere a riccio, nel non voler “riservare” le proprie lezioni all’iscritto di turno ma di essere disposti ad aprirsi a chiunque abbia voglia di “ascoltare”. Ma d’altronde chi ha da perderci? La scuola? L’insegnante? Secondo me nessuno. Piuttosto, è una buona pubblicità a costi estremamente ridotti, giusto quelli necessari a far una ripresa con una qualsiasi telecamera entry level.
Chi sta facendo tutto questo, come ci informa TechCrunch ,è l’UC Berkeley. Per gli interessati il materiale è reperibile a questo indirizzo. Prima dell’Università della California altri Istituti Americani hanno dimostrato una simile apertura, anche se con forme diverse: si pensi al caso eclatante del MIT giusto per citare il più famoso.
E in Italia? Beh io di iniziative del genere non ne conosco, e per una volta sarei veramente felice di essere smentito! Chi sa qualcosa parli! In ogni caso è ora di darsi una mossa, magari copiando dal modello americano per una volta che ne vale la pena. Propongo di iniziare proprio dalla nostra “beneamata” Università degli Studi di Torino che anziché lanciarsi nella mirabolante acrobazia di creare il “villaggio locale boia chi legge” potrebbe pensare di aprire la propria piattaforma Moodle al mondo (e senza affidarsi solo al buon senso di qualche professore illuminato che decide di lasciare a casa i lucchetti).
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Ci sono fatti di per sé banali. Questo è un fatto banale ad esempio: i Radiohead permettono di scaricare il loro ultimo album ad un prezzo “fai da te”, il cliente decide quanto costa l’album, paga, scarica. E’ inutile che mi dilunghi, ne sta parlando tutta Internet.
Ho detto banale perché a ben vedere non si tratta che di un’altra forma di business, non è certo un’opera di beneficenza.
L’eccezionalità come tutti fanno notare sta nel fatto che potrebbe iniziare una nuova “era“, un nuovo modo di distribuire i contenuti che scavalca, finalmente, le major. Speriamo!
Per me il punto interessante di tutto questo discorso è però un altro. Appurato che distribuire direttamente i propri contenuti musicali ad un prezzo accessibile possa essere una nuova eccezionale forma di far soldi. Appurato che si potrebbe dare il la alla nuova era del post-luddismo-mediatico (dove Ned di cognome fa Sony, Emi e via dicendo). Appurato tutto ciò insomma, c’è speranza di trovarsi di fronte ad un nuovo caso in cui un’innovazione commerciale porta un beneficio diffuso per l’intera Società?
Tutto questo mi ricorda tanto il modello del software libero ed open source: un’esigenza etica -> una soluzione economicamente vantaggiosa -> un beneficio diffuso! Speriamo!